“UNO NESSUNO CENTOMILA” FALSI LAVORATORI AUTONOMI

“La realtà che io ho per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do, ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non quella forma che riesco a darmi. E come? ma costruendomi, appunto.” (Luigi Pirandello, “Uno, Nessuno, Centomila”)

Il desiderio di riconoscimento della propria identità è il tema principale del celebre romanzo di Luigi Pirandello. Desiderio da intendersi nelle sue molteplici sfaccettature, sepolto sotto ampi strati di cenere, ma ancora in grado di tornare a bruciare se correttamente rianimato.
Ebbene, la dicotomia tra l’essere e l’apparire, tra il lottare per voler esser qualcosa che ripetutamente qualcun altro ti impedisce di diventare mettendoti maschere più o meno ben fatte è ancora oggi una questione di grande attualità e contrasto. È possibile che nel 2018 un lavoratore sia inquadrato come autonomo pur essendo presenti tutti gli indice della subordinazione? Può un lavoratore subordinato essere inquadrato per venti anni come una partita Iva? Può un lavoratore vedersi irrogato un licenziamento per il solo fatto di aver invocato un proprio diritto? Può un lavoratore ribellarsi e lottare per togliere una maschera che qualcun altro ha deciso che avrebbe dovuto indossare? È possibile invocare ed ottenere giustizia per gli abusi di potere, mossi solo da ragioni vendicative, posti in essere dalla classe datoriale?
Queste domande sono state poste da tre fisioterapiste dinanzi al Tribunale di Roma, ed è a questi quesiti che il giudicante è stato chiamato a rispondere al fine di fare…finalmente giustizia.
Ed è stata proprio la voglia di alzare la testa, il desiderio di voler togliere la maschera che inconsapevolmente erano state costrette ad indossare per un ventennio, a spingere le tre fisioterapiste -presunte lavoratrici autonome- a chiedere al tribunale di Roma- Sez. Lavoro, dapprima il riconoscimento della natura subordinata del rapporto per poi, venendo solo per tale ragione licenziate, invocare la ritorsività del recesso patito, avendo visto leso uno tra i più importanti beni della vita, il lavoro, da intendersi nelle sue accezioni rubricate e riconosciute dalla Carta Costituzionale al suo art. 36.
Il fatto:
Le tre fisioterapiste avevano lavorato per una nota ed importante clinica laziale sin dal 1998, formalmente in virtù di differenti contratti di lavoro autonomo. Nel gennaio 2017 avevano impugnato gli stessi chiedendo il riconoscimento della natura subordinata del rapporto, venendo per tutta risposta licenziate. Per tali ragioni le sopra citate lavoratrici impugnavano i suddetti recessi invocando la nullità degli stessi in quanto ritorsivi e, per l’effetto, domandando al giudicante la reintegra nel posto di lavoro oltre la corresponsione, a titolo risarcitorio, delle retribuzioni maturate e non corrisposte dal licenziamento sino all’effettivo rientro in servizio.
La normativa:
Come noto, le acque in cui è costretto a navigare il diritto del lavoro da ormai quasi un decennio sono torbide e burrascose e hanno portato, nell’avvicendarsi delle varie legislature, ad uno stillicidio di tutele e diritti in capo ai lavoratori. Tale politica distruttiva ha esasperato ancora di più la discrepanza dei poteri e dei rapporti di forza che da sempre intercorre tra lavoratore e datore.
Se poi si pensa che a tale orientamento si affianca il tentativo, ormai neanche più velato, di obliare dalla coscienza e dalla conoscenza dei lavoratori la consapevolezza di essere titolari di tutele e del diritto parallelo di poterle invocare nelle sedi opportune, il quadro è davvero completo.
Ed infatti, tale percorso di “sottrazione dei diritti altrui”, parzialmente avviato dal Collegato Lavoro del 2010, ripreso dall’entrata in vigore della L. 92/12 e definitivamente ultimato dal D. Lgs. 23/15 ha fatto terra bruciata a quella tutela, la reintegrazione del lavoratore, nei casi in cui si fosse accertata la insussistenza dei motivi che avevano portato al recesso.
In altri termini si è assistito, inermi, alla trasformazione del genus in species. La reintegrazione al posto di lavoro, che rappresentò la vera novità dell’art. 18 è stata degradata a mera eccezione (non è un caso che i legislatori hanno cambiato anche il titolo dell’articolo: si è passati da “reintegrazione nel posto di lavoro” a “tutela del lavoratore nel caso di licenziamento” con la riforma Fornero, per finire con “Licenziamento discriminatorio, nullo e intimato in forma orale” con l’avvento del decreto a c.d. tutele crescenti).
La conseguenza è che le possibilità che prevedono la reintegra del lavoratore sono circoscritte esclusivamente ai pochi casi in cui un licenziamento può definirsi nullo e, tra questi, quando si palesa la ritorsione quale motivo unico e determinante del recesso. L’art. 2 del D. lg.s 23/15 stabilisce infatti che “ Il giudice, con la pronuncia con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio […] ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro […]”
Il previo riconoscimento della natura subordinata: mai più lavoratrici autonome
Per ragioni esclusivamente attinenti al rito, le tre lavoratici hanno invocato il riconoscimento della natura subordinata del rapporto, in quanto, proprio a seguito di tale richiesta si erano viste licenziare. Tale riconoscimento è risultato dunque prodromico al fine di dimostrare l’illegittimo recesso.
Ed infatti, indifferentemente dal nomen juris che si attribuisce a qualsivoglia contratto di lavoro, risulta fondamentale accertare le reali modalità di svolgimento dell’attività lavorativa.
Ebbene, nel caso delle tre lavoratrici a presunta partita Iva, è emerso come le stesse avessero degli orari prestabiliti dalla clinica da rispettare, quindici giorni di mattina e quindici di pomeriggio.
In altre parole, “[..] a prescindere da specifiche direttive assegnate all’istante per lo svolgimento della loro attività, le lavoratrici (n.d.r.) avevano costantemente posto a disposizione del datore di lavoro le proprie energie lavorative, tanto che la clinica poteva fare affidamento sulla loro attività […] (Ordinanza n. 4888/18).
Il giudicante ha preso atto del fatto che il rapporto subordinato e quello autonomo non compaiono che raramente nelle loro forme e prospettazioni “primordiali” e più semplici, in quanto gli aspetti molteplici di una vita quotidiana e di una realtà sociale in continuo sviluppo e le diuturne sollecitazioni che ne promanano hanno insinuato in ognuno di essi elementi per così dire perturbatori che appannano, turbano, appunto la primigenia simplicitas del -tipo legale – e fanno dei medesimi, non di rado, qualcosa di ibrido e, comunque di difficilmente definibile.
Il licenziamento ritorsivo: la “vendetta” quale unico motivo illecito determinante
Accertata e riconosciuta la natura subordinata del rapporto, il vaglio del giudicante si è spostato infine sulla tematica del licenziamento.
Nello specifico la Clinica, quale unico motivo di licenziamento ha specificato che “la “Omissis” non intende accettare tale sua diversa manifestazione di volontà, né intende dare acquiescenza alle infondate allegazioni contenute nell’anzidetta missiva considerato che il Suo rapporto d’opera con la scrivente è stato concordemente attuato nel pieno rispetto del contratto in oggetto, e di quelli precedentemente sottoscritti, stante l’assoluto difetto di subordinazione […]”.
È principio di diritto quello che prevede come, affinché un licenziamento possa essere ritenuto ritorsivo, è necessario che il motivo illecito che lo ha provocato sia stato l’unico ed il determinante e che il lavoratore ne abbia fornito una prova anche presuntiva (ex pluris cfr. Cass. 17087/11).
Ed ancora, che il divieto di licenziamento discriminatorio, è suscettibile di interpretazione estensiva, sicché l’area dei singoli motivi vietati comprende anche il licenziamento per ritorsione o rappresaglia, che costituisce cioè l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore, quale unica ragione del provvedimento espulsivo, essendo necessario, in tali casi, dimostrare, anche per presunzioni, che il recesso sia stato motivato esclusivamente dall’intento ritorsivo (Cassazione civile sez. lav. 03 dicembre 2015 n. 24648)
Ebbene, nel caso delle tre fisioterapiste, il giudicante ha riconosciuto la sussistenza dell’unico motivo illecito a sostegno del recesso, specificando testualmente che “[..] si può senz’altro ritenere che non sussiste alcun altro motivo, se non quello della vendetta, per intervenuta interruzione dal rapporto in esame” (ordinanza n. 4888/18).
Ed infatti è emerso come prima della richiesta formale di riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro, le tre fisioterapiste avevano lavorato in totale sintonia con la società datrice di lavoro, senza che si fosse mai palesato alcun attrito e o tensione tra le parti (ne è dimostrazione che sino alla lettera di licenziamento mai avevano ricevuto alcuna contestazione in tutto il ventennio di lavoro alle dipendenze della clinica medica).
Rilevanza è stata inoltre data al brevissimo lasso temporale intercorso tra la domanda di riconoscimento della natura autonoma della lavoratrice e il recesso, essendo decorsi solo quindici giorni.
Anche tale circostanza ha portato il giudicante a ritenere che il motivo del licenziamento fosse esclusivamente riconducibile ad un esercizio di un diritto del lavoratore (quello di richiedere la formalizzazione corretta del proprio rapporto di lavoro) risultato essere sgradito al datore di lavoro.
È stato pertanto riconosciuto il quid che ha spinto la Clinica a irrogare il licenziamento, ovvero l’abuso di potere della datrice di lavoro che non ha accettato la manifestazione di volontà delle tre lavoratrici nel voler togliere quella maschera che, così stretta e opprimente, non permetteva di far trasparire la vera immagine del loro lavoro.
L’insegnamento che il Tribunale di Roma ha voluto rilasciare al fine di questo procedimento è che non sempre si riesce a nascondere qualcosa, soprattutto se ingombrante. In fin dei conti non c’è sarto che possa occultare del tutto una gobba pronunciata: se poi è anche un cattivo sarto corre il rischio di renderla ancora più evidente..
Dunque, è proprio in un contesto storico, culturale e politico, dove si sta perdendo l’identità del lavoro, dove si riscontra -e allo stesso tempo si cerca di celare- il ritorno ad una schiavitù formalizzata, che trova ancora più valenza il coraggio di tutti quei lavoratori che, non piegandosi e non vacillando davanti ai poteri forti, lottano per i propri diritti, combattendo per gettare via quella maschera di bugie che, ad hoc, ricevono e talvolta sono obbligati ad indossare, quasi fosse una divisa, al momento di ogni assunzione.
Ebbene sono proprio queste figure che ricordano a loro stessi e a tutti gli altri lavoratori che vertono nella medesima situazione (assopiti nel mare della beata incoscienza o annichiliti dalla minaccia di perdere il posto) che “ogni falsità è una maschera, e per quanto la maschera sia ben fatta, si arriva sempre, con un po’ di attenzione, a distinguerla dal volto”.
(Alexandre Dumas, “I Tre Moschettieri”)

 

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