IL REATO DI SFRUTTAMENTO DEL LAVORATORE

Il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria della società Uber Italy, ovvero una delle piattaforme di food delivery presente nelle più grandi città italiane. La misura è stata emanata poiché importanti indizi fanno ritenere che “la galassia Uber” abbia agevolato sia i propri dipendenti che altri intermediari nel reato di “sfruttamento del lavoro”. Per la prima volta in un caso avente rilevanza nazionale viene applicata una fattispecie nuova e diversa da quella preesistente. Quella di Uber, infatti, non è stata trattata alla stregua di altre vicende di caporalato. Nel 2016 sono state introdotte due distinte ipotesi che elevano lo sfruttamento a reato configurabile sia nei rapporti di lavoro diretti tra datore di lavoro e dipendente, che in quelli che coinvolgono l’intermediazione della manodopera. Il reato in esame prevede la pena della “reclusione da uno a sei anni con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato” per chi – in condizioni di sfruttamento ed approfittando dello stato di bisogno – recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi ma anche per chi la utilizza direttamente.

Questo ampliamento attribuisce una autonoma responsabilità al datore di lavoro, a cui secondo la norma precedente era al più possibile contestare la correità. Il reato di sfruttamento prevede la sussistenza dei seguenti requisiti: il lavoratore deve trovarsi in uno stato di bisogno – per esempio deve garantire la sussistenza propria e quella della sua famiglia – e subire violazioni riguardo al rispetto dei contratti nazionali in materia di retribuzione, di orario di lavoro, di ferie ma anche di sicurezza e igiene, metodi di sorveglianza e situazione alloggiativa.

Dall’inchiesta giudiziaria è risultato esattamente questo: diversi manager e/o dipendenti della “galassia Uber” – in concorso o favoreggiamento con i titolari di società terze – hanno “sfruttato” direttamente il lavoro dei riders. I Giudici di Milano hanno rinvenuto tutto ciò nel “regime di sopraffazione retributivo e trattamentale” attuato a persone “in stato di emarginazione sociale e quindi di fragilità” che non potevano rivendicare diritti di base. Infatti sono stati accuratamente scelti tra coloro che, in regime di permesso provvisorio, attendevano lo status di rifugiato.Questa situazione è dilagata – secondo il Tribunale di Milano – con l’emergenza sanitaria, con il reclutamento di persone disposte a lavorare in condizioni di rischio estremo. “Uber non poteva non sapere”, di qui il provvedimento in questione. Seguendo ed estendendo il ragionamento del Tribunale di Milano è possibile rinvenire una “condizione lavorativa degradante” nella ricattabilità generalizzata a tutto il mondo del lavoro quale conseguenza della liberalizzazione dei contratti a termine e dell’abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. La ricattabilità è determinata dall’impossibilità della riassunzione in caso di licenziamento illegittimo. E l’inesigibilità dei diritti è all’origine delle condizioni degradanti.

Le condizioni lavorative ed esistenziali riconosciute dal giudice nella vicenda di Uber Italy sono facilmente riconoscibili in tutti i rapporti di lavoro al nero, precari,  falsamente autonomi, in appalto o subappalto. L’applicazione della norma potrebbe dunque rappresentare un’utile leva per restituire ai lavoratori un qualche potere contrattuale nel Far West che chiamiamo “mercato del lavoro”.

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