La tutela della sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici al tempo del Coronavirus

 

La salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici è un tema importante, che diventa ancora più delicato in questa fase, soprattutto con l’attivazione graduale delle attività economiche e produttive.  E’ importante, sottolineare da subito che la salute e la sicurezza sono dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici il cui rispetto spetta al datore di lavoro.

Infatti, l’art. 2087 c.c. prevede che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro

Questa regola generale vale ancora di più oggi, che i lavoratori e le lavoratrici, per il solo fatto di recarsi al lavoro (specie nei luoghi con alta frequenza e contatto con il pubblico) corrono un rischio di salute rilevante.

Voglio essere più chiaro:

ammalarsi di Covid-19 è un rischio che deve prevenire il datore di lavoro

Semplificando, sia dal dlgs 81/2008 ( testo unito in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro) sia dai numerosi provvedimenti governativi adottati dall’inizio dell’emergenza, emerge che il datore di lavoro deve prendere tutti i provvedimenti che possano prevenire il contagio e risponde del contagio non evitato.

1.

In primo luogo, il datore di lavoro deve agire in totale trasparenza, elaborando un piano dettagliato. E seppure non è previsto espressamente, ritengo che il Datore debba aggiornare il Documento di valutazione dei rischi (DVR), che contiene le previsioni complessive in materia di sicurezza e salute, comunicando all’ RLS.

Del resto,  anche di recente la Corte di Cassazione ha precisato che Cass. 31 luglio 2019, n. 34893

“Integra la violazione dell’obbligo del datore di lavoro di elaborare un documento di valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro non soltanto l’omessa redazione del documento iniziale, ma anche il suo mancato, insufficiente o inadeguato aggiornamento od adeguamento.

Inoltre, il DPCM del 27.4.19 (che ha inaugurato la c.d. fase 2) ha previsto che a carico le imprese riaperte debba rispettare il contenuto del  protocollo condiviso tra governo e parti sociali.

Non posso qui elencare in maniera dettagliata tutti i contenuti del protocollo, che vanno dal favorire lo smart working, alla non attivazione di reparti non indispensabili, dalla sanificazione continua, all’ introduzione di procedure di ingresso per i fornitori.

Ci che conta è che – trattandosi di un rischio generico – occorre prendere tutte le precauzioni necessarie, evitando così la esposizione al rischio da parte dei lavoratori.

Un punto importante riguarda i dispositivi di protezione individuale.

È vero che, a norma dell’art. 15, comma 1, lettera i), D.Lgs. n. 81/2008, vige il principio di priorità delle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale. Ma in una emergenza come questa – soprattutto con l’importanza sottolineata dalle autorità dell’impiego delle mascherine – più che mai spetta al datore di lavoro, individuare e consegnare al lavoratore i D.P.I..

A riguardo anche il protocollo tra governo e parti sociali prevede  Va precisato che è obbligo del datore di lavoro fornire l’uso delle mascherine, e  altri dispositivi di protezione (guanti, occhiali,  tute,  cuffie,  camici, ecc…)” qualora non sia possibile garantire la distanza interpersonale.

Ma qui occorre una precisazione.

Di recente sia il Tribunale di Bologna che il Tribunale di Firenze hanno condannato delle Piattaforme di “delivery” a consegnare ai Riders (i facchini che si occupano delle consegne) i DPI. Ebbene, nella loro organizzazione lavorativa i riders non dovrebbero avere incontri ravvicinati, muovendosi in bici o moto, e consegnando i cibi senza contatto.

Ma i Giudici si sono resi conto che si trattava comunque di situazione dove è possibile il contatto.

Pertanto, ogni volta in cui il contatto – seppure non continuo – è possibile il datore di lavoro deve consegnare guanti e mascherine.

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Cosa può fare il lavoratore per tutelare la sua salute?

Anzitutto, nessuno  può pretendere un lavoratore accetti di ammalarsi a causa di un datore imprudente.

Consiglio ai lavoratori e alle lavoratrici di non affrontare la questione da soli, ma di aggregarsi, insieme ad altri, magari con l’aiuto di un sindacato combattivo, per fare valere i propri diritti.

Anche gli strumenti giudiziali e extragiudiziali esistono.

In primo luogo, come detto, in caso di mancata fornitura di dispositivi individuali  un Tribunale, adito con ricorso di urgenza, può ordinare la fornitura al datore di lavoro.

Inoltre,  in base DPCM 27.4.2020, è possibile chiedere al Prefetto la sospensione di una attività non sicura.

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Cosa può fare il lavoratore che ritiene di aver contratto il virus a causa della condotta illecita del datore di lavoro?

Anzitutto occorre precisare che l’infezione da coronavirus viene  considerata un infortunio. In particolare  il medico redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all’Inail che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato (articolo 42, comma 2, del decreto 18/20).

Ma, è utile precisare, che ciò non dispensa il datore di lavoro che potrebbe dunque rispondere del risarcimento del danno subito al lavoratore.

Infine,  il datore potrebbe rispondere penalmente ai sensi dell’art.437 del codice penale, che punisce il fatto di chi  “omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni” .

8.5.2020

Avv. Bartolo Mancuso

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