IL CURIOSO (E SCANDALOSO) CASO DEGLI ASSISTENTI EDUCATIVI (AEC)

Nella città di Roma, se per alunni con disabilità psichiche e motorie è possibile accedere all’istruzione  primaria, secondaria e universitaria come sancito dagli art. 33 e 34 della Costituzione, lo si deve a migliaia di lavoratrici e lavoratori che svolgono il ruolo di Assistenti Educativi Culturali e Assistenti Educativi alla Comunicazione, comunemente definiti come “AEC”.

Dietro questo acronimo, si nasconde tuttavia, una scandalosa storia fatta di sfruttamento e abusi lavorativi, nonché di una mortificazione delle competenze e delle professionalità dell’AEC da parte del Ministero dell’Istruzione.

Tale figura professionale è stata istituita dalla legge 104 del 1993, che all’art.13 comma 2 prevede: “l’assegnazione di personale docente specializzato e di operatori ed assistenti specializzati” al fine di realizzare l’integrazione scolastica della persona affetta da disabilità nelle sezioni e nelle classi comuni delle scuole di ogni ordine e grado e nelle università.

La figura dell’assistente AEC seppur evidentemente organico all’organizzazione scolastica, in quanto figura fondamentale per realizzare il principio del diritto allo studio senza alcuna discriminazione, come sancito dal combinato disposto dell’art. 33 e 34 Cost., ad oggi è inteso come servizio “esternalizzato” ossia non di competenza del MIUR, che si affida a bandi comunali per la realizzazione di tale servizio, sulla base di stanziamenti di fondi regionali, affidando quindi il predetto servizio di assistenza educativa a cooperative o addirittura, capita di frequente che gli Istituti scolastistici si avvalgono di operatori assunti temporaneamente tramite chiamata diretta.

Nel limite delle proprie competenze e sotto la diretta responsabilità didattica dei docenti, l’operatore AEC collabora con gli insegnanti e il personale della scuola per l’effettiva partecipazione dell’alunno in situazione di handicap a tutte le attività scolastiche, ricreative e formative previste dal Piano dell’Offerta Formativa. Tuttavia, ad un attenta analisi empirica delle mansioni che l’AEC si trova svolgere nell’ambito della propria attività lavorativa ci si rende conto che tale figura professionale è utilizzata in maniera continuativa per ovviare alla mancanza cronica di personale docente di sostegno nelle  scuole e per aggirare il blocco del turn-over imposto da anni di definanziamento del sistema dell’istruzione pubblica.

Infatti, in maniera del tutto informale, gli AEC si trovano molto spesso a realizzare i piani educativi degli alunni, ad affiancare nelle classi uno o più alunni, e a colmare l’assenza del docente di sostegno facendone le veci in classe sprovviste di tali figure.

Inoltre, la maggior parte di queste lavoratrici e lavoratori, seppur impiegati in maniera assolutamente continuativa nell’organizzazione della proposta formativa di un Istituto scolastico, anche per un periodo estremamente lungo (la stragrande maggioranza di tali operatori vengono impiegati nello stesso Istituto scolastico anche per 10 anni continuativamente) vengono contrattualizzati con contratti a progetto, a collaborazione, autonomi ex art. 2222 o a termine, in violazione di qualsiasi normativa che prevede l’utilizzo di contratti di natura subordinata per tutti gli impieghi cui la natura della prestazione lavorativa prevede la subordinazione al potere direttivo, disciplinare, gerarchico del datore di lavoro (in questo caso il MIUR). Infatti gli assistenti AEC hanno un orario prestabilito di lavoro, hanno delle direttive e linee guida da attuare, sono sottoposti al controllo del dirigente scolastico. Insomma è evidente come tale figura non rientri assolutamente nelle figure del lavoratore autonomo e/o collaboratore, ma sono stabilmente impiegati nella realizzazione di una servizio permanente che non si caratterizza per la specificità di un progetto o per un termine in cui la prestazione lavorativa di esaurisce.

L’utilizzo di forme contrattuali diverse dal contratto di natura subordinata a tempo indeterminato è una evidente violazione di quanto prevede il Testo Unico del Pubblico Impiego che infatti prevede come: “le esigenze di copertura della dotazione organica, intese come esigenze di carattere continuativo e duraturo e quindi permanente, devono trovare soddisfazione esclusivamente con le assunzioni a tempo indeterminato” (articolo 36 del Decreto legislativo n.165/2001).

La violazione di norme di legge riguardanti la stipulazione di contratti flessibili da parte della P.A. comporta, quindi, il diritto per il lavoratore alla corresponsione delle retribuzioni ex art. 2126 c.c. ed in ogni caso al risarcimento del danno ex art. 36 del d.lgs. n. 165/2001.

Inoltre, in materia di risarcimento del danno, è intervenuta la Corte di Giustizia con la sentenza Mascolo che ha stabilito che “spetta alle autorità’ nazionali adottare misure che devono rivestire un carattere non solo proporzionato, ma anche sufficientemente energico e dissuasivo …”.

Tale principio è stato recepito di recente dalla Corte di Cassazione (Sentenza n. 27363 del 2014) che ha affermato se l’unico rimedio concedibile è quello risarcitorio, allora tale rimedio va in concreto applicato tenendo conto della duplice funzione che deve svolgere, di ristoro del pregiudizio subito dal lavoratore e nel contempo di misura dissuasiva nei confronti dell’Amministrazione datrice di lavoro dal perseverare nell’abusivo utilizzo della speciale forma di contrattazione.

Infine, a rendere ancora più scandalosa la situazione di abuso e sfruttamento in cui si trovano migliaia di assistenti AEC della capitale e di riflesso la discriminazione che vivono i genitori e i familiari dei ragazzi affetti da disabilità, da quest’anno c’è stata una sensibile riduzione del finanziamento del servizio AEC da parte delle Istituzioni, per cui il predetto servizio non copre l’intero orario scolastico, e gli alunni quindi  non possono rimanere in classe e usufruire dell’intero orario scolastico (in spregio al divieto di non discriminazione previsto dalla nostra Carta costituzionale) mentre molti lavoratori e lavoratrici  di punto in bianco, devono recidere relazioni affettive ed educative con i propri alunni oltre che vedere minati i propri diritti di lavoratori, acuendo ancora di più la condizione di precarietà a cui sono sottoposti dalle Istituzioni.

Alla luce di tali considerazioni, risulta fondamentale denunciare e far emergere la condizione scandalosa in cui migliaia di lavoratori sono costretti a lavorare, e sulla base di tale situazione, la scandalosa discriminazione che alunni e genitori vivono.

Si tratta di una battaglia di civiltà, da combattere con ogni mezzo necessario, nella aule dei Tribunali, per vedere cancellati anni di abusi contrattuali e di sfruttamento, ma soprattutto nelle strade, in mezzo alle persone, nella opinione pubblica e nelle sedi Istituzionali affinché venga riconosciuta da parte del MIUR l’internalizzazione di un servizio organico e che venga realizzato fino in fondo il diritto allo studio nei confronti di tutti e tutte senza alcuna discriminazione che sia fisica, mentale, religiosa, di razza o genere.

Come sempre, anche noi di LavoroVivo faremo la nostra parte e non ci tireremo indietro.

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