Quando il codice antimafia non fa il suo lavoro Riflessioni sul dl 159/2011 sul versante della tutela dei lavoratori e del diritto al dissenso

E’ un po’ di tempo che mi propongo di formulare alcuni spunti di riflessione sul c.d. codice antimafia (Decreto legislativo, 06/09/2011 n° 159).

Vorrei formulare soffermarmi su importanti criticità del Decreto Legislativo che “incontro” nel mio cammino quotidiano di avvocato del  lavoro e persona attiva (per quanto posso) nei movimenti sociali.

Come è noto il dlgs 159/11 racchiude e armonizza tra loro le diverse norme antimafia di natura penale, processuale e amministrativa, prima sparse in diverse fonti normative, tra cui le misure di prevenzione personali e patrimoniali.

Come è noto si tratta di provvedimenti adottati dall’autorità giudiziaria appunto per prevenire la realizzazione o la perpetrazione di reati di stampo mafioso.

Ebbene, intendo sollevare un “grido di allarme” sulla circostanza che alcuni strumenti giuridici  per il contrasto alle mafie, finiscano per perseguire scopi diversi o addirittura inversi rispetto a quelli originari.

 

  1. L’abuso dell’avviso orale

Un primo dato preoccupante, consiste nelle modalità di utilizzo dello strumento dell’”avviso orale” da parte della Questura di Roma (non conosco la situazione nelle altre città).

L’art. 3 del codice prevede che il Questore avvisa oralmente (cioè avverte del rischio di adottare nei suoi confronti misure di prevenzione personale):

a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;

  1. b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;
  2. c) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.”

La Questura di Roma ha inviato di recente l’avviso orale sia ad un dirigente sindacale di Roma che ad una nota attivista dei movimenti sociali.

Ebbene è davvero evidente che si tratti di un caso di “abuso della fattispecie”, ovverosia di una forzatura inaccettabile del dettato normativo. Sfido chiunque a confondere un attivista con un mafioso. E tale confusione non era certo nelle intenzioni del legislatore. E chi applica la norma che illegittimamente la stravolge.

Ma soprattutto si tratta come dicevo di un cattivo servizio reso alla causa antimafia.

Ritengo che chi si batte per i lavoratori e in genere per i diritti faccia di per sé antimafia. Ma sicuramente non si può assimilare ad un mafioso.

Ritengo che di fronte a questi eccessi della Questura, a queste applicazione contra legem, occorra un intervento del legislatore che meglio circoscriva l’ambito di applicazione dell’art. 3.

 

  1. Sequestro e diritti dei lavoratori

Come è noto l’art. 20 del codice antimafia prevede che a carico della persona indiziata del compimento di reati di stampo mafioso  sia possibile disporre il sequestro dei beni di valore sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o all’attività svolta, ovvero quando  “si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.”

Con questo provvedimento si priva il soggetto indiziato della disponibilità del bene, in attesa del provvedimento di confisca, che ha un effetto ablatorio definitivo.

Il legislatore ha predisposto una disciplina specifica anche in materia di crediti, anch’essa finalizzata a fermare l’impiego di beni a scopi illeciti, e ciò allo scopo di colpire la mafia nel suo cuore pulsante: il portafoglio.

In particolare, il titolo IV del Decreto legislativo si occupa de “La tutela dei terzi e i rapporti con le procedure concorsuali” prevedendo che “La confisca non pregiudica i diritti di credito dei terzi che risultano da atti aventi data certa anteriore al sequestro” . La soddisfazione è però subordinata a diverse condizioni tra cui (per quello che a noi interessa) a “che il credito non sia strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego, a meno che il creditore dimostri di avere ignorato in buona fede il nesso di strumentalità” (art. 52).

Al fine di verificare l’assenza di tali condizioni la normativa prevede una sorta di congelamento dei diritti di credito che, invece che in base alle normali regole previste dal codice di procedura civile, può essere fatto valere solo innanzi al Giudice delegato della procedura di sequestro.  Si dovrà a lui – e solo a lui – presentare un’istanza per il pagamento del credito e il Giudice dovrà verificare nel termine – ordinatorio (quindi liberamente derogabile) – di 6 mesi se il debito sia fedele.

 

Non è previsto un appello in caso di rigetto della istanza.

E’ comprensibile che il legislatore decida di derogare ad alcune norme processuali civilistiche in ragione dell’interesse superiore del contrasto alle mafie.

Sennonché, tale normativa nei fatti finisce per tramutarsi in una negazione dei diritti dei lavoratori.

L’adozione del provvedimento di sequestro coincide con la sospensione dell’elargizione dei pagamenti nei confronti dei lavoratori della società sequestrata ovvero dei lavoratori dei una ditta appaltatrice.

Faccio alcuni esempi che ho incontrato nella mia esperienza.

Anzitutto riporto il caso del sequestro della società Kuadra spa, vincitrice di un appalto con  il Ministero della pubblica istruzione per la gestione dei servizi presso le scuole (si tratta di un appalto di milioni di €). Realizzato il sequestro, nel giugno 2016, gli amministratori giudiziari hanno sospeso il pagamento dei creditori, compresi i subappaltatori che si occupavano delle pulizie delle scuole che, a loro volta (illegittimamente), non pagano i lavoratori addetti delle pulizie da mesi.

Altre volte, il recupero di crediti dei lavoratori si presenta davvero complesso, in quanto, laddove l’amministratore e il Giudice delegato non provvedano prontamente all’adempimento – non ritenendo prioritario alla luce degli obiettivi del proprio incarico –  il lavoratore  non può svolgere alcuna azione esecutiva e il Giudice che dovrebbe sboccare il pagamento è lo stesso che supervisiona l’attività aziendale. Ovverosia lo stesso che autorizza il mancato pagamento.

Infine, mi è capitato che lavoratori assunti dopo il sequestro non vengano retribuiti per mancanza di fondi.

Ebbene, c’è qualcosa che non va.

E’ evidente che nel caso dei crediti dei lavoratori l’interesse di contrasto alla mafia confligge con un interesse altrettanto rilevante, quale è quello della tutela dei lavoratori. Inoltre, con la negazione di fatto dei diritti dei lavoratori si mette in discussione la ratio profonda della normativa antimafia.

La mafia non si combatte solo con i provvedimenti repressivi, ma anche contrastandone la legittimità sociale e la convenienza delle relazioni mafiose.

Ebbene, e’ evidente che per i lavoratori (le loro famiglie, i loro amici, la comunità in cui vivono, e, mi si permetta, anche per l’avvocato che li assiste) sarà davvero difficile “tifare” antimafia e salutare con favore il sequestro, se  la fine della gestione mafiosa dell’azienda coincide con mancanza della retribuzione. Quindi, garantire i lavoratori è fare antimafia. Pertanto, tale priorità dovrebbe essere automatica, de iure condito.

Accolgo con favore che la necessità di rafforzare la tutela dei lavoratori sia già stata oggetto di attenzione. Infatti, il 11 novembre 2015 la camera dei deputati ha approvato il progetto

“Modifiche al Codice antimafia e delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate “

Questo progetto mirevolmente si preoccupa di favorire la continuità aziendale prevedendo a carico dell’amministratore giudiziario uno studio celere e specifico per la prosecuzione dell’attività e istituisce un Fondo per il credito delle aziende sequestrate e un tavolo permanente presso le prefetture in cui sono coinvolti i rappresentanti dei lavoratori.

Occorre a parere di chi scrive qualcosa in più.

In primo luogo, occorrerebbe assegnare ai crediti dei lavoratori uno statuto specifico e distinto rispetto agli altri crediti.

In considerazione dell’interesse superiore di tali crediti, muovere dal presupposto che tali crediti siano fedeli e quindi immediatamente esigibili e quindi sottratti ad ogni procedura speciale.  Non il contrario.

In altri termini, prevedere che al momento della presa in consegna dell’azienda l’amministratore giudiziario provveda al pagamento delle retribuzioni e dei crediti arretrati dei lavoratori. Solo in casi eccezionali, che spetta alla procedura provare, lo stesso potrà, con l’autorizzazione del Giudice sospendere i pagamenti.

La priorità dei diritti dei lavoratori dovrebbe riguardare anche il fondo che dovrebbe essere finalizzato, anzitutto al pagamento delle retribuzioni dovute ed arretrate.

Credo infine che su questo punto debba valere anche un principio di solidarietà, prevedendo che la tutela di questi lavoratori possa essere garantita, almeno in parte, con un fondo alimentato dalla fiscalità generale.

Un segnale che lo Stato e la collettività stanno dalla parte dei diritti, e che la mafia sta dalla parte opposta. E’ ovvio, ma spesso, soprattutto alla gente semplice, arriva il messaggio contrario.

 

Avv. Bartolo Mancuso

©Media4tech

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