Assemblea a Piacenza l’11 giugno 2018: Fermiamo la repressione contro la lotta dei lavoratori della logistica, basta caporalato e lavoro nero

Un gruppo di giovani facchini africani nel 2017 trova il coraggio di denunciare una condizione di
illegalità che li riguarda: lavorano da mesi in nero in una società in appalto nel settore della
logistica con la reiterata promessa di essere assunti regolarmente, ma la promessa non viene
mantenuta.
Si rivolgono al sindacato, chiedono aiuto a USB, inizia così la loro lotta radicale e determinata.
Portano le loro rivendicazioni davanti ai cancelli della logistica, nelle piazze, nei luoghi
istituzionali, salgono persino sul tetto degli uffici del magazzino GLS di Piacenza in cui
lavoravano.
Per questo loro gesto simbolico di testimonianza ricevono oggi una denuncia in cui si ipotizza il
reato previsto dall’art. 508 del C.P. ossia SABOTAGGIO INDUSTRIALE; le loro abitazioni
vengono perquisite, computer e cellulari sono sequestrati. I supposti strumenti del reato sono
moderni, ma le procedure e le imputazioni sono quelle del codice Rocco del periodo fascista.
E’ questo il fotogramma di un film che si ripete ossessivamente nei luoghi dove i lavoratori alzano
la testa.
I padroni ti fanno buste paga false? La cooperativa spuria si è fregata il TFR e i contributi? Non ti
viene pagata la malattia al 100%? Ti prorogano decine di volte il contratto a tempo determinato e
non ti stabilizzano? Non ti pagano le ferie? I ritmi di lavoro ti spezzano ossa e articolazioni? Ti
obbligano a fare turni massacranti e non ti pagano nemmeno lo straordinario? Hai il coraggio di
fare una denuncia, di prendere la tessera del sindacato, di scioperare e di mobilitarti per accendere
i riflettori sull’illegalità?; la risposta che arriva dallo Stato è una sola: denunce e manganelli che
non hanno risparmiato nemmeno coloro che hanno gridato la loro umana disperazione e rabbia per
l’assassinio di Abd Elsalam scendendo nelle strade.
Tutto ciò accompagna e asseconda la violenza dei padroni, una prepotenza fatta di licenziamenti,
sospensioni, demansionamenti, dell’arroganza di un potere di ricatto che offre un lavoro da nuovi
schiavi pretendendo in cambio l’umiliazione del silenzio e di una cieca obbedienza.
In questo scorcio di terzo millennio la lotta al caporalato, al lavoro nero, alla precarietà viene
ripagata con la più rigida repressione.
Far emergere dall’opacità dei profitti illeciti e di un modello economico di tipo schiavistico la
notevole massa finanziaria rappresentata dall’evasione contributiva e del lavoro nero dovrebbe
essere una pratica premiata ed incentivata; invece sono centinaia gli attivisti e i lavoratori che
vengono denunciati per blocchi stradali, occupazione di aziende agricole o industriali,
manifestazioni non autorizzate, che sono sottoposti a perquisizioni personali e ambientali, alla
restrizione delle libertà personali.
Vi è un salto addietro in termini di civiltà giuridica e di democrazia pari a quasi 160 anni, si ritorna
infatti alla concezione dello sciopero contenuta nel codice penale del 1859 in vigore nel Regno di
Sardegna che lo definiva un “delitto”.
Questo, che era un comportamento penalmente vietato, è stato elevato con l’art. 40 della nostra
Costituzione a diritto fondamentale nella regolazione dei rapporti economici e sociali.
In esso si riconosce la natura di “diritto di eguaglianza” avente cioè la funzione di rimuovere le
diseguaglianze esistenti nei rapporti tra il lavoratore, considerato il contraente debole, e il padrone.
L’attacco al lavoro, al suo diritto, ai diritti che per esso sono stati conquistati rappresentano i frutti
avvelenati di una crisi infinita che trasforma non solo le basi materiali della società, ma pure la
qualità delle relazioni sociali.
Nel nostro paese il mondo imprenditoriale, quello finanziario, il governo che li rappresenta
assieme alla UE truccano la partita cercando di impedire a chi sta più in basso nella scala sociale di
far sentire la propria voce e di giocare il proprio ruolo; per questo si attenta alla Costituzione, si
nega un effettivo pluralismo nelle rappresentanze ai vari livelli, si cerca di smantellare il diritto di
sciopero.
Noi sottoscritte/i invitiamo ogni donna e uomo che abbiano a cuore la democrazia ad
impegnarsi in prima persona perché ciò non avvenga, perché chi tocca uno tocca tutti, chi
tocca un diritto li tocca tutti. Vi invitiamo ad inviare la Vs sottoscrizione all’appello
all’indirizzo email appello.logistica@usb.it . Grazie

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