SKY, ALMAVIVA, ALITALIA: primi lineamenti di geodiritto del lavoro

Sabato 8 aprile dalle ore 16:00 presso Esc Atelier Via dei Volsci, 159

A partire dalle ore 16:00 una grande assemblea cittadina in cui si incontrano le lavoratrici e i lavoratori romani, autoconvocati. Licenziati e licenziandi da varie aziende multinazionali, rottamati dal jobs act e dallo sprezzo dilagante di ogni minimo diritto e della loro dignità: ma sempre di più… a testa alta! Tra loro i dipendenti di Sky Italia, AlmaViva, Alitalia,Tim, Mediaset e tanti altri. A partire da numerosissimi lavoratori dell’indotto delle stesse aziende.

OLTRE ALLE LAVORATRICI E AI LAVORATORI DELLE VARIE REALTÀ INTERVERRANNO GIUSLAVORISTI, COSTITUZIONALISTI, RSU, LIBERI SINDACALISTI E LE CLAP (CAMERE DEL LAVORO AUTONOMO E PRECARIO).

Dalle 19 alle 23, musica dal vivo con artisti e band della capitale.

Interverranno:

Pierluigi Panici – Giuslavorista

Carlo Guglielmi – Giuslavorista

Stefano Rodotà – Costituzionalista

Giorgio Cremaschi – Sindacalista

Ascanio Celestini – Attore – Regista – Drammaturgo

 

Intervento di Carlo Guglielmi

Mi è capitato molte volte di essere chiamato a parlare giuridicamente di un tema, oggi invece per la prima volta mi ritrovo chiamato a dover parlare giuridicamente di un luogo. Cosa qualifica e rende comune la crisi di AlmavivA, Sky, Alitalia? L’unica risposta che mi è venuta alla mente è la geografia o, per essere più preciso, il contrasto tra lo spazio in cui si muove il capitale e il luogo in cui stanno le persone.   E per questo vorrei condividere alcune embrionali riflessioni di quello che potremmo definire “geodiritto del lavoro”. Il nostro diritto positivo si occupa dello spazio ma non dei luoghi, nel senso che  il legislatore si è scelto più un compito da tour operator etico che non da cartografo esperto di nicchie ecologiche.  Le norme chiave con cui l’ordinamento interviene sullo spazio sono, a livello individuale, l’art. 2103 c.c. (quello che una volta era il glorioso art. 13 dello Statuto, imbarbarito dal potere di dequalificazione introdotto con il  jobs act) e a livello collettivo il primo comma dell’art. 5 della L.223/91. L’art. 2103 del codice civile prevede che il diritto del datore di trasferire un singolo lavoratore sorga solo innanzi a “comprovate esigenze tecnico organizzative”. Ed invece l’art. 5 della L.223/91  afferma come in caso di licenziamenti collettivi l’individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità deve avvenire, in relazione alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale” e non della singola sede o del singolo reparto impattati dalla ristrutturazione. Con tali due norme lo Stato – come detto – si fa tour operator etico,  nel senso che limita la mobilità individuale (quando non vi sono serie esigenze) e promuove la mobilità collettiva. Ed infatti l’art. 5 della L.223/91, letto unitamente al primo comma  dell’art. 41 della Costituzione  per cui “l’iniziativa economica privata è libera”, viene interpretato dalla magistratura nel senso che in caso di pluralità di sedi i lavoratori più anziani e con maggiori carichi di famiglia hanno diritto a trasferirsi   sulle altre sedi in caso di insindacabile scelta dell’imprenditore di procedere alla chiusura totale o parziale di quella ove sono adibiti, con contestuale e speculare licenziamento di un pari numero di lavoratori precedentemente addetti alle sedi non chiuse o ridotte. Insomma, come detto, una normativa che disciplina (frenandola o promuovendola) la  mobilità nello spazio dei lavoratori ma che nulla dice sulla mobilità nello spazio del lavoro  e quindi nulla dice sul luogo ove i lavoratori vivono. Vedete voglio confrontare con voi alcuni passaggi materiali comuni tra le crisi romane di cui parliamo oggi. Partirei da Almaviva, che è  una società che svolge ovunque esattamente le medesima attività di call center e sino a qualche mese fa lo faceva su 6 sedi: Palermo, Catania, Rende (in Calabria),  Napoli, Roma e Milano. Con la prima procedura collettiva del 18 dicembre 2015 si dava atto di come la crisi fosse, come necessariamente non poteva non essere, di tutte le 5 sedi che venivano impattate pressoché allo stesso modo da un contratto di Solidarietà. Ed infatti essendo sufficiente spingere un bottone per spostare le chiamate da una sede all’altra l’esubero non poteva che riguardare il “complesso aziendale” e giammai uno solo dei vari vasi comunicanti. Con la seconda procedura collettiva del data 21 marzo 2016 (solo tre mesi dopo) si tiravano fuori dalla crisi Rende, Catania e Milano lasciando in Cigs solo le sedi Palermo, Napoli e Roma. Con la procedura del 5 ottobre 2016 (solo sei mesi dopo) veniva salvata anche Palermo indicando gli esuberi solo sulle sedi Napoli e Roma, e con l’accordo  del 23 dicembre (altri tre mesi dopo) veniva tolta anche la sede di Napoli.

E così gli esuberi, che dal dicembre 2015 a quello 2016 sono rimasti sempre invariati nel numero, hanno avuto solo un cambiamento geografico: invece di essere diffusi sul territorio nazionale e quindi gestibili con politiche di riduzione dell’orario di lavoro si sono via via concentrati su Roma con espulsione infine di tutti gli addetti che qui operavano e cioè 1666 persone e lo spostamento delle commesse lavorate su Roma alle altre sedi.  Ma voglio evidenziare i punti di straordinaria similitudine con un’alta crisi romana e cioè quella di Sky. Le sedi siciliane e quelle calabresi di Almaviva sono state salvate perché sono sedi sussidiate dagli Enti locali ed ove la disapplicazione della contrattazione collettiva ha reso il costo del lavoro minore (e questo fa pensare molto anche alla crisi Alitalia a fronte del dumping sociale fatto dalle compagnie low cost). La sede di Napoli si è salvata perché i lavoratori (in larga maggioranza part time che guadagnano poco più di 600 euro nette al mese lavorando su turni che coprono l’intera giornata)  hanno rinunciato al Tfr e agli scatti di anzianità, anche quelli già maturati.  Ma la sede di Milano perché si è salvata? La risposta la offre l’azienda nella procedura del 18 marzo 2016 ove afferma come la scelta su chi si salva e chi muore  tra le varie sedi  è  tra chi ha un “valore del primo margine”  (e cioè un rapporto tra valore della commessa e costo del lavoro) superiore al 21%. Ebbene, tenendo conto che era marzo 2016,  sapete come Roma aveva chiuso il 2015? Con un valore del primo margine del  22,4% molto superiore a quasi tutte le altre sedi ivi inclusa Milano che aveva avuto solo il 19,1%. Ma attenzione Milano ha continuato a veder scendere tale valore di primo Margine per tutto il 2016 sino a raggiungere il 10% di agosto. E allora perché Milano salva? E  perché Milano e non Roma è la stessa domanda che si stanno facendo i dipendenti Sky la cui crisi non nasce da una crisi di prodotto (al contrario, Sky ha appena festeggiato un aumentodell’utile del 141%)  ma dalla scelta non contrattabile di spostare l’azienda a Milano. Cosa spinge Almaviva ad avere oltre mille impugnative di licenziamento, Sky ad entrare in rotta di contrasto con tutti i propri dipendenti sino ad arrivare  alla scomunica del vicario in terra di nostro Signore? Per provare a dare una risposta temo di dover uscire dal mio sapere tecnico di avvocato e avventurarmi in altri campi, usando però il latino che è la lingua del diritto (come il tedesco è quello della psicanalisi).  Vedete ho casualmente scoperto pochi giorni fa che la parola delirio ha come etimo[1] de  e lira che in latino significa “solco” ma anche “confine della città”. Il delirio del capitale cioè è il suo uscire dai  margini.  Ma attenzione erra chi vede nell’epoca attuale solo un dissolversi di limiti e un rompersi di legami, perché i limiti vengono dissolti ma poi subito ricostruiti in modo perverso. Sapete Almaviva come giustifica il mancato ballottaggio del personale romano con quello delle altre sedi? Con i mille limiti costruiti dietro la parola “professionalità” con cui è stato segmentato e rinchiuso il personale in decine di diverse scatole suddivise per commesse, livelli, gradi. Così come Sky gioca sulla frattura contrattuale tra giornalisti (quasi completamente asserviti) e tecnici (che per ora provano a resistere), e tutti poi giocano sullo spazio regionale sussidiato ed extra regionale, sullo spazio  comunitario ed extracomunitario eccetera eccetera, con una miriade di continui ed invisibili limiti sempre distrutti e sempre ricostruiti.  Insomma il capitale che delira si prende lo spazio (parole che viene da patere ossia “essere aperto”) e lascia il lavoro nei luoghi e cioè dentro la lira, chiuso dentro il confine. Ma attenzione l’etimo di luogo è accomunabile a quello di lucus che è la radura nel bosco creata incendiando gli alberi per consentire l’erezione del villaggio. E’ una radura aperta, nel senso che non ha muri di cinta, ed anche luminosa tanto che alcuni linguisti pensano che l’etimo di lux (luce) sia proprio lucus.   Ed è sì un luogo delimitato, ma lo è per dare riparo e conforto  avendo bisogno la vita di trovare un luogo nello spazio per prosperare. E allora che fare? Nella polemologia, e cioè nello studio dei conflitti, spesso si ricorre alla teoria dei giochi. Io vorrei utilizzarne uno poco usato in questo contesto: lo scopone. Secondo il più grande teorico di tale gioco mons. Chitarrella, nello scopone vige la seguente «regola fondamentale»: chi da le carte (e cioè il mazziere e il suo compagno) è in strutturale vantaggio giocando per ultimo e per amministrare questo vantaggio è sufficiente che essi mantengano pari le carte dello stesso valore; ed invece gli avversari, se vogliono provare a ribaltare questo vantaggio,  devono cercare di «sparigliare» realizzando una presa multipla: ad esempio prendendo un 3 ed un 4 con un 7. Ebbene dato che il Capitale è il mazziere il nostro compito è sparigliare, e cioè fare una presa multipla che al contempo costruisca laddove il capitale distrugge e distrugga laddove costruisce. Dobbiamo cioè non cadere nell’errore di contrapporre il chiuso del lavoro all’aperto  del capitale, ma al contrario dobbiamo ragionare sul significato di limite, anche qui facendoci aiutare dall’etimo.  Limite viene sia da limes che vuole dire “frontiera” che da limen che vuol dire “soglia”. Il primo termine (la frontiera il vallo) sbarra e chiude. Il secondo  invece più che tracciare un limite segna la possibilità di superarlo, dà una scelta,  fa nascere la politica. Noi dobbiamo cioè rispondere al delirio del capitale riappropriandoci dei nostri luoghi ma distruggendo i limes e sostituendoli con i limen. E questo perché le “soglie” non solo non ingabbiano ma hanno anche il pregio di essere punti privilegiati in cui collocarsi per resistere alla scelta del capitale di portarsi via i passeggerei di Fiumicino prima trasportati dai lavoratori Aliatalia, di portarsi altrove gli eventi che Roma come capitale e grande fabbrica sociale produce e che non saranno più raccontati da qui dai lavoratori Sky,  per resistere allo smistamento nel resto d’italia (e forse del mondo) da parte di Almaviva delle chiamate dell’enorme bacino di utenza del centro Italia.  Ma anche per far questo sono necessari i luoghi dotati di limen  in quanto, come ho imparato dalle parole di Virno, questo diritto di resistenza non è naturale ma lo ius resistentiae difende qualcosa che hai già costruito  e cioè le opere dell’amicizia, un’amicizia pubblica che produce forma di vita, cooperazione e conflitto comune e che si può dare nei luoghi includenti e non nello spazio.  Ed allora io ritengo questa iniziativa molto importante come tappa volta proprio alla costruzione di questa amicizia tra le mille crisi di questa città e quindi come primo passo per una resistenza comune al furto che stanno perpetrando  al nostro locus. E sarà solo se riusciremo a costruire questo percorso che noi giuristi potremo iniziare a rivendicare che il riferimento al “complesso aziendale”  fatto dal comma  1 dell’art. 5 della L.223/91  sui licenziamenti collettivi e il riferimento fatto dall’art. 2103 cc. alle “comprovate esigenze tecnico orgnaizzative” non riguardino più il trasferimento dei lavoratori ma il trasferimento del lavoro. Dovrà essere questo secondo trasferimento ad essere bloccato quando (come per Sky) la sua sottrazione non risponde ad esigenze meritevoli di tutela per l’ordinamento. E, al contempo, il trasferimento del lavoro  dovrà essere ordinato autoritativamente (come per Almaviva) laddove si tratta di riequilibrare l’attività tra le varie sedi in modo di affrontare eventuali esuberi in modo assai più equo e sostenibile. E questo dovrà passare per una rilettura del secondo comma dell’art. 41 della Costituzione che – dopo aver detto “l’iniziativa economica privata è libera” – aggiunge però che essa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. E mettere ciò in connessione con l’art. 2 della Costituzione laddove afferma che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Perché i luoghi non sono terra e sangue ma sono le “formazioni sociali” ove si svolge la nostra personalità. Ed allora mi permetto di concludere questo intervento invitando gli organizzatori e la platea a pensare una modalità in cui rendere permanente questo luogo per costruire quell’amicizia pubblica che sola ci consentirà di resistere ad un capitale che libera nello spazio il lavoro e lascia in catene i lavoratori.

[1] etimi presi da MASSIMO CACCIARI: “Riflessioni su cambiamenti, confini, limiti “ su  PSYCHIATRY ON LINE ITALIA

 

 

Modera l’incontro:

Luca Bertazzoni – Giornalista

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